La cultura di una società si fonda e si sostanzia su ciò che quella società produce. Conoscere la cultura materiale equivale a capire la propria identità culturale, a riappropriarsi delle proprie radici storiche. I costumi e gli abiti antichi sono documento storico e testimonianza della volontà d’arte di determinati contesti culturali, ma anche dato antropologico in senso pieno, specchio di civiltà, indice di appartenenza, prodotto finale di sistemi di produzione oggi indagati con attenzione. Tra le attività produttive rientrano, dunque, certamente, tutte quelle che gravitano intorno al sistema moda, di cui particolarmente significativa, in determinati periodi storici, è sicuramente la professione del sarto. Infatti, tra la fine del secondo conflitto mondiale e gli anni Settanta ca., le sartorie ebbero un ruolo preminente nel rifornire di abiti ed accessori di moda la borghesia, e centri come Enna e la sua provincia pullulavano di sarti e sarte locali, formatosi a bottega oppure presso scuole e corsi professionalizzanti.

Al fine di attuare un processo di conoscenza permanente e mettere in atto una sempre più efficace opera di familiarizzazione nei confronti delle tematiche inerenti i beni culturali ed ambientali del territorio nazionale e regionale, e suscitare al contempo mirati interessi verso tali beni l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD)[1] ha elaborato, a partire dagli anni Settanta, la metodologia generale per lo sviluppo della catalogazione territoriale, promuovendone e coordinandone l’attività esecutiva di documentazione e costituendo il catalogo generale dei beni culturali di interesse archeologico, storico-artistico ed ambientale[2].

La catalogazione mette in moto un intervento ricognitivo dei beni finalizzato non solo alla loro individuazione, localizzazione, definizione e descrizione ma anche alla comprensione e ricostruzione del contesto socio-culturale che li ha prodotti e a cui sono strettamente legati; ma per far sì che questo processo sia scientificamente valido è necessario servirsi di strumenti metodologicamente corretti che permettano la più esaustiva e ampia indagine dei beni[3].

Sulla base di quanto elaborato dall’ICCD il sistema catalografico prevede una serie di schede differenti per le varie tipologie di beni (architettonici, archeologici, storico-artistici e demoetnoantropologici, archivistici, bibliografici, naturali e naturalistici) concepite come moduli organici per il rilevamento dei dati, relazionate fra loro e organizzate in modo gerarchico in un rapporto che dall’analisi generale discende al particolare e viceversa, e che permettono di registrare tutte le informazioni e i dati ritenuti necessari per l’indagine e la conoscenza puntuale e quanto più completa del bene, delle sue interconnessioni e relazioni.

Il modulo schedografico, quindi, si pone come strumento di conoscenza, suggerendo al catalogatore quesiti ma allo stesso tempo chiavi di lettura e di interpretazione: gli oggetti catalogati vengono analizzati nelle loro relazioni con altri beni, luoghi, persone, avvenimenti in una complessa e globale lettura.

Le categorie generali di informazioni sono costituite da una serie di dati che, in linea generale, possono essere così definiti: dati individuativi (permettono l’individuazione dell’oggetto in sé, quella spaziale e temporale), descrittivi (desumibili dall’osservazione diretta dell’oggetto e forniscono tutte le indicazioni tipologiche, morfologiche, sullo stato di conservazione, ecc.), analitici (permettono un grado di approfondimento maggiore sul bene in esame tramite la scomposizione delle sue parti ad esempio nel caso di un vestimento antico), storici (connessi all’inquadramento culturale dell’oggetto, alle vicende costruttive e/o alle fasi della sua realizzazione), amministrativi (si riferiscono alla condizione giuridica del bene, proprietà, vincoli, ecc.) e documentari (relativi alla documentazione allegata alla scheda e quella di riferimento).

Le normative di compilazione comprendono sia le schede di catalogo sia le schede di authority file, e forniscono le regole di contenuto e sintattiche da seguire per la compilazione di ogni singolo campo garantendo l’omogeneità necessaria per il corretto inserimento dei dati, la loro verifica e la successiva ricerca.

La scheda va supportata ed integrata dalla documentazione, che costituisce indispensabile e insostituibile corredo per la completezza del processo conoscitivo messo in atto con la catalogazione.

Sicuramente la documentazione fotografica rappresenta parte integrante del catalogo dal momento che fornisce una immediata ed oggettiva rappresentazione del bene stesso, costituendo una raffigurazione o descrizione fedele dell’oggetto catalogato. Le fotografie forniscono, pertanto, tutti gli elementi necessari per identificare le peculiarità che contraddistinguono il bene, i dettagli significativi e lo stato di conservazione; forniscono, altresì, immediata percezione dei volumi, delle superfici, della tecnica esecutiva etc.

Altrettanto indispensabile risulta, in particolare per i beni demoetnoantropologici, la documentazione audio e video, soprattutto per quanto concerne i beni immateriali (ad esempio le feste popolari, etc…) in continua trasformazione e in alcuni casi addirittura in via di estinzione, al fine di conservarne la memoria e l’identità storico-culturale.

Mentre le schede di catalogo sono modelli descrittivi che raccolgono in modo organizzato le informazioni sui beni, le schede di authority file riguardano, invece, entità (come gli autori, la bibliografia) in relazione con i beni culturali. Gli authority files sono utili come supporto per la standardizzazione dei dati catalografici e costituiscono delle banche-dati autoconsistenti (banca-dati degli autori, della bibliografia, ecc.), parallele e interrelate con quella principale che riguarda il patrimonio culturale.

Nel voler rendere conto delle fonti utilizzate come strumento d’indagine territoriale sul sistema di produzione, distribuzione e vendita del prodotto di moda ad Enna nel periodo che va dal 1945 al 1980, ci si è posti il problema di come condurre scientificamente un’indagine sui sarti e sulle loro botteghe. Si è, così, provveduto a formulare e porre a verifica un Authority file-bibliografia aziendale per sarti, modello schedografico sperimentale – col solo fine di supportare gli studi e le ricerche condotti sulle microstorie siciliane di moda nel dopoguerra – desunto dai modelli di scheda Authority file-autore e VeAC (vestimenti antichi e contemporanei) e dalla relativa strutturazione dei dati, standardizzati e normalizzati dall’ICCD. Intervenendo, dunque, sugli standard di rappresentazione già codificati dall’ICCD si è cercato di determinare la rispondenza del modello alle esigenze catalografiche, seguendo nella compilazione le normative proprie delle schede Authority file e VeAC[4].

La scheda Autore-biografia aziendale (AU) prevede che siano indicati, oltre alle generalità dell’autore – cognome, nome (AUTC-AUTO), data e luogo di nascita (AUTL-AUTD), data e luogo di morte (AUTX-AUTT), sesso (AUTZ) – il luogo e il periodo di attività (AUTG), la scuola di appartenenza (AUTU) e la qualifica professionale (AUTQ). Molto importante è il campo – ed i relativi sottocampi – riferito alle fonti e ai documenti di riferimento (DO) allegati, e dunque: alla documentazione fotografica (FTA), grafica (DRA) e, quando possibile, video-cinematografica (VDC) ed audio (REG) o qualunque altra documentazione multimediale (ADM). Infine, grande importanza hanno le notizie storico-critiche (NSC), dove è possibile riportare la storia del soggetto schedato e della sua attività, e dunque: le motivazioni che lo spinsero ad avviare quel tipo di attività, il luogo e l’indirizzo scelti per la stessa, le modalità di svolgimento del lavoro, il numero dei dipendenti, nonchè notizie sulla clientela e sui committenti.

L’Authority file-bibliografia aziendale diviene, così, il centro di raccolta sistematica di trasmissioni orali, capi d’abbigliamento, fotografie e filmati d’epoca che danno conto dell’attività professionale delle botteghe di moda presenti sul territorio, e strumento di sintesi descrittiva di un’epoca.

La forma dell’intervista è oramai pervasiva in tutti i campi della comunicazione e della ricerca. Per questo, si è scelto di improntare la metodologia d’indagine, studio e documentazione su una serie di interviste impiantate su colloqui distesi, variamente ordinati dal punto di vista tematico, da cui sono emerse informazioni ma soprattutto memorie. L’intervista, in questo caso biografica, è, infatti, un documento storico diretto, fonte di partenza tra le molte che sono state, poi, verificate e controllate l’una con l’altra. Un’intervista, dunque, di ricerca nell’intento di raggiungere una meta cognitiva: quella di far luce su un’epoca (1945-1970 ca.) di grandi fermenti ed aspettative, quando il sarto era punto di riferimento certo nella costituzione dell’eleganza borghese e il cui ruolo declinò solo negli anni Settanta, con il sopravvento della rete distributiva della confezione di moda italiana.

Per realizzare le interviste in maniera metodologicamente corretta ed acquisire le informazioni ricercate, si è proceduto effettuando, in prima analisi, un campionamento dell’universo d’indagine per individuare il pubblico da intervistare.

Gli intervistati sono stati selezionati sulla base della loro “rappresentatività” rispetto a ruoli, posizioni e caratteristiche sociodemografiche: sarti, sarte, famiglie committenti, personalità di spicco nell’imprenditoria tessile, merciai, cappellai, pellicciai che furono i protagonisti di quella parabola professionale che rifornì di abiti e di accessori di moda la borghesia ennese per oltre un decennio. È stato quindi richiesto al Registro Imprese della Camera di Commercio di Enna un elenco di tutte quelle attività professionali che si occupavano di moda nel periodo 1945-1980, in modo da risalire alle sartorie, cappellerie, pelliccerie ect. presenti all’epoca sul territorio ennese.

Si è scelto di condurre un’intervista di tipo qualitativo[5] e semi-strutturata: conversazioni estese in un reciproco coinvolgimento tra il ricercatore e l’intervistato, in cui si aveva uno schema dettato dalla scheda di authority file-biografia aziendale precedentemente formulata e che, in certo modo, definiva i temi principali, ma il cui ordine di trattamento non era nettamente prestabilito, con un alto livello di libertà nel racconto concesso agli intervistati e durante le quali il ricercatore ha cercato di ottenere informazioni quanto più dettagliate e approfondite possibili sul tema considerato.

Il numero degli intervistati è stato abbastanza consistente – alcune decine – in modo da rilevare quante più informazioni possibili sul fenomeno oggetto di ricerca.

È, infine, d’obbligo sottolineare che l’intervento qui presentato è parte di un più ampio progetto d’indagine portato avanti dalla cattedra di Storia della Moda del corso di Progettazione della moda dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, volto alla “catalogazione” e al racconto di storie sartoriali e di moda micro contestuali in Sicilia, argomento di analoghe tesi di diploma accademico di primo livello finora assegnate: Fonti documentarie per la progettazione di moda. Cinisi 1945-1979, di Fabiola Catarinicchia (A.A. 2010/2011); Memorie di moda in Sicilia. Il comprensorio di Caltanissetta e San Cataldo 1945-1980, di Luana Ferrara (A.A. 2010/2011); Memorie di moda in Sicilia. Il caso di Piraino 1945-1980, di Alessia Scaffidi Domianello (A.A. 2013/2014).

 

(Tratto da: Arti al Centro. Ricerche sul patrimonio culturale della Sicilia Centrale 1861-2011, a cura di Maria Katja Guida e Paolo Russo, Edizioni Polistampa, Firenze 2015)

 

[1] Così come stabilito dall’ art. 13 del D.P.R. 805/1975, l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione esplica funzioni in materia di catalogazione e documentazione dei Beni Culturali di interesse archeologico, storico-artistico e ambientale e, fra le altre, in particolare: elabora programmi di catalogazione generale dei beni fissandone la metodologia; promuove e coordina l’attività esecutiva di catalogazione e di documentazione e ne cura l’unificazione dei metodi; costituisce e gestisce il catalogo dei beni di cui sopra; cura tutte le pubblicazioni illustrative delle attività precedenti, cura i rapporti con istituzioni straniere, pubbliche e private, e con organismi internazionali interessati alla catalogazione e documentazione dei Beni Culturali.
[2] Il problema della catalogazione fu affrontato espressamente già dalla L. 12 giugno 1902 n. 185, al cui art. 23 fu previsto che il Ministero avrebbe dovuto provvedere alla formazione dei cataloghi dei monumenti e degli oggetti d’arte e di antichità e che nel catalogo avrebbero dovuto essere indicati quei monumenti e quegli oggetti che per la loro importanza non erano alienabili ai privati. L’inserimento dei beni nel catalogo ne impediva, così, l’esportazione e l’alienazione, ed il catalogo veniva ad acquistare una funzione di ufficialità e di certificazione. L’obbligo della catalogazione fu successivamente sancito con il R.D. 14 giugno 1923 n. 1889, recante le “norme per la compilazione del catalogo dei monumenti e delle opere d’arte d’interesse storico, archeologico ed artistico”. Con la successiva legge 1089/1939, all’art. 4, si prevedeva, infine, l’obbligo di “formazione degli elenchi per gli Enti pubblici territoriali”. La Catalogazione è oggi regolamentata dall’art. 17 del Codice.
[3] In materia di catalogazione dei beni culturali si consiglia la seguente bibliografia: Angeli, Gabriele, La catalogazione dei beni culturali, oggetti e opere d’arte, Roma, 2006; Bottari, Francesca, L’Italia dei tesori, legislazione dei Beni Culturali, museologia, catalogazione e tutela del patrimonio artistico, Bologna, 2002; Casiello, Stella, Criteri e metodi per la catalogazione dei beni culturali, Napoli, 1996; Catalogazione dei beni culturali, a cura di, Paolo Sosio, testi di Antonietta Germani, 1990; Corti, Laura, Beni culturali, standard di rappresentazione, descrizione e vocabolario, 1992; Eadem, I beni culturali e la loro catalogazione, Torino, 1999; Eadem, Metodologie di analisi e di catalogazione dei Beni Culturali, 1980; Ferrari, Oreste, Catalogazione dei Beni Culturali, Roma, 1972; Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Norme per la redazione delle schede di catalogo dei beni culturali, Roma, 1977-1984; Negri Arnoldi, Francesco, Il catalogo dei beni culturali e ambientali, principi e tecniche di indagine, 1998; Pelegatti, Paola, Inventario, catalogazione e pubblicazione dei Beni Culturali, Palermo, 1976; Radicchio, Giuseppe, I beni culturali, questioni relative alla catalogazione e alla valorizzazione. Scritti 1976-1984, Bari, 1985; Torsello, Paolo, Antologia bibliografica sulla “catalogazione dei beni culturali”, Venezia, 1978.
[4] Facendo in particolar modo riferimento alle edizione di pubblicazione del 1995, per la scheda “Autore”, e al manuale 3.01 disponibile sul sito dell’ICCD per la VeAC.
[5] Il Corbetta definisce l’intervista qualitativa «una conversazione provocata dall’intervistatore, rivolta a soggetti scelti sulla base di un piano di rilevazione e in numero consistente, avente finalità di tipo conoscitivo, guidata dall’intervistatore, sulla base di uno schema flessibile e non standardizzato di interrogazione». (Cit. in Corbetta P., Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Il Mulino Ed., Bologna, 1999, p. 405).